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mercoledì, 23 maggio 2007

Lettera agli Ebrei sulla libertà dei Non-ebrei

Allarme!
Ognuno al suo posto di combattimento in difesa delle nostre libertà minacciate

Creato l’14.5.97
Modificato il 23.5.07
in Blogger
versione 1.4

Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri.
Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino.
Ma essi hanno vissuto sempre così…

Carl SCHMITT, 16.11.47

Sommario: Prologo. – 1-2. Allegato Moffa con cronistoria dell’Antiappello Mantelli. – 3. Da Bruno Mantelli: testo omesso e cronistoria di un’omissione richiesta. – 4. Ma non chiamatelo olocausto: a. Sion Segre Amar; Avvertenza editoriale sul testo integrale di Sion Segre Amar; b. La parola simbolo; c. Francesco Coppellotti: Olocausto e sfruttamento. – 5. Appello privato o pubblico? Lettera pubblica e privata ai Firmatari dell’Appello Mantelli.


Ricevo la e-mail che pubblico in Allegato a questo post e che suscita il vivo allarme con il quale richiamo l’attenzione di quanti in questo Paese hanno a cuore la libertà di pensiero, di ricerca, di insegnamento. È in atto una vera e propria guerra mediatica senza esclusione di colpi. Aggiungo che non sapevo nulla del “falso” di Emanuele Ottolenghi, di cui parla Moffa nel suo documento e che mi inquieta per quanto ho già potuto autonomamente scoprire, recensendo il libro di Ottolenghi ed di altri che trovo tutti uniti in uno stesso disegno volto a patrocinare le ragioni di Israele nella sua guerra secolare con il mondo arabo. Di Ottolenghi avevo avuto un’impressione diretta in occasione della Presentazione del suo libro in Roma, dove erano presenti gli onn. Fini e Polito, ai quali ho rivolto una critica radicale che sempre più mi convinco abbia colpito nel segno. Trattasi del fondamento di legittimità dello stato di Israele, fondato nel 1948, subito dopo che il Tribunale di Norimberga aveva terminato i suoi lavori. Da allora Israele si regge sulla forza delle sue armi, fornite principalmente dagli USA, e sull’ideologia di un diritto risarcitorio per lo sterminio di zingari ed ebrei avvenuto durante la seconda guerra mondiale. Mentre la situazione di fatto prodotta dalla forza bruta delle armi resta pura violenza non ottiene nessun riconoscimento da parte del mondo arabo pressoché nella sua interezza, sul piano della guerra ideologica e mediatica diventa di vitale importanza per Israele l’edificazione di un vero e proprio mito dell’Olocausto. Quel che è peggio e per noi assai allarmante è la pesante ipoteca posta sulla ricerca storica intorno al fenomeno generale del nazismo ed agli eventi particolari della seconda guerra mondiale. Si sono visti innocui scrittori di opere storiche finire in galera solo perché hanno pensato di mettere in dubbio canoni interpretativi ufficializzati dai governi o anche soltanto di rivisitarli criticamente. Una simile barbarie dei nostri tempi, non meno grave dello sterminio fisico di zingari ed ebrei, non sarebbe spiegabile e comprensibile se non vi fossero dietro corposi e pelosi interessi. L’episodio di Teramo è un anello di questa catena. Verificandosi l’evento in un contesto culturale a noi vicino, diventa un obbligo per ognuno di noi dichiararsi pubblicamente ed assumere una propria posizione.

La Lettera del prof. Moffa era giunta a me insieme con il Contrappello di Brunello Mantelli, dell’università di Torino, che invitava pubblicamente a sottoscriverne il testo. Non solo non accoglievo l’invito ma ne dissociavo fermamente, rendendone edotto il suo redattore, che reagiva in modo illogico a volersi esprimere in modo eufemestico. Amo ripetere ad ogni pie’ sospinto che i due Appelli non sono comparabile: l’uno (Moffa) da me firmato nella sua gestazione iniziale, dando anche qualche apporto, è conforme a costituzione in quanto è un appello agli artt. 21 e 33 della costituzione, laddove si riconosce ad ognuno la libertà di pensiero nonché della sua manifestazione con ogni possibile mezzo ed in ogni luogo, quindi la libertà di ricerca. Il caso è per me chiaro e non eludibile. Al contrario, l’Appello Mantelli, piuttosto ambiguo, malamente nasconde l’intento di negare l’esercizio di quei diritti. Non hanno dimostrato comprensione del proprio ruolo e delle proprie prerogative il Rettore di Teramo ed il preside della Facoltà di Scienze Politiche, che si sono lasciati intimorire dall’ingerenza politica del ministro e da un’aggressiva e concertata attività di lobbing di ben individuati soggetti.

Perché fosse evidente ai più e perché ognuno fosse in grado di giudicare per proprio conto avevo inizialmente pensato di mettere l’uno accanto all’altro i due testi: quello Moffa e quello Mantelli. Trattasi di testi già pubblici quando a me giunti. Non era una corrispondenza privata fra Moffa e Mantelli: i due non corrispondevano per nulla. Quindi incongruo il “divieto” di Mantelli a che io pubblicassi un suo testo, non privato, ma pubblico e disponibile perfino nel sito ufficiale dell’Università di Torino. Non ebbi tuttavia alcuna difficoltà ad accogliere questa sciocca richiesta, che forse nasconde un’interiore debolezza. Più grave invece la risposta questa sì privata che il Mantelli mi inviava prontamente: non riteneva degno neppure di una risposta chi come me usava l’espressione “cosiddetto Olocausto”. Ignoranza o malafede non saprei, certamente offensivo e “razzistico” il tono: a bazzicar troppo certi topoi storiografici se ne resta infettatti. Scambiandomi per un aristocratico dell’ancien regime, il Brunello torinese si rammaricava che Robespierre non avesse completato il suo lavoro con l’aristocrazia: un Auschwitz, oppure se si preferisce un Olocausto di due secoli prima!

Avevo facile gioco io filosofo del diritto a ricordare allo “storico” Mantelli quanto proprio in merito all’espressione “cosiddetto Olocausto” aveva scritto il noto e mi dicono autorevolissimo storico ebreo Sion Segre Amar, che giudicava assai severamente l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto”. Ho aspetto alcuni giorni la fotocopia dell’articolo apparso né “La Stampa” di Torino nel 1994. La corrispondenza fra me e Mantelli, subito troncata per assoluta incompatibilità di formazione intellettuale e spirituale, è gelosamente in mio possesso. Ignoranza o malafede? A chi legge l’ardua sentenza! Non volevo comunque io modesto filosofo del diritto fare una lezione di storia al moderno Tucidide torinese. Volevo soltanto significargli che a mio sommesso avviso aveva posto in essere un illecito giuridico, inducendo numerosi incauti firmatari a sottoscrivere il suo Appello volto a negare diritti costituzionali altrui. Una simile analoga contestazione è qui rivolta in pubblica ed in privato a tutti i firmatari del suo appello, siano essi docenti universitario in avanzato stato di carriera o semplici studenti e dottorandi, ebrei per lo più o anche non ebrei.

Aggiungo che in questa brutta faccenda la lesione dei diritti di libertà e di ricerca è per me di gran lunga cosa più grave dello stesso sterminio di ebrei e zingari: evento ormai passato l’uno, mentre la lesione di cui si parla è cosa attuale. Ancora più grave il fatto perché anche in Italia si sta tentando di introdurre leggi liberticide, già operanti in altri paesi, che per gli esiti bellici sono stati ancora più coartati miliramente, spiritualmente e giuridicamente di quanto non sia avvenuto in Italia. Se ciò è chiaro, il mio allarme dovrebbe apparire ad ognuno perfettamente giustificato quanto tempestivo. Nel denunciare i pericoli la tempestività è di un’importanza decisiva. Una volta persa la libertà, sarà più difficile poterla recuperare. Ormai credo di aver appreso abbastanza le tecniche ed i soggetti, il cui scopo è finalizzato al sacrificio dell’altrui libertà ed all’asservimento verso ahimé una diffusa interpretazione della storia del secolo appena passato.

Anche contro il prof. Moffa è stato messo in atto un analogo attacco, che ha coinvolto pure il prof. Michele Ainis, da parte di uno stesso Pezzana di “Informazione Corretta”: costoro vogliono tappare la bocca al loro prossimo che ha il solo torto di non pensarla secondo i loro desideri ed i loro intendimenti. Tutto costoro, cioè Ottolenghi, Pezzana, Nirenstein ed ora anche Brunello Mantelli dell’Università di Torino li ritroviamo riuniti in una stessa lobby, più o meno organizzata ed organicamente collegata. Può essere utile scoprire di avere comuni nemici: ci si può unire per resistere. Ho già espresso la mia posizione sulla libertà di pensiero e di ricerca nonché della sua manifestazione e connessa libertà di divulgazione dei risultati delle proprie ricerche. Si tratta di una libertà che non può essere condizionata da intimidazioni e ricatti ed ancor meno sanzionata da norme penali. Non ho dubbi al riguardo e non ho timori di sorta a rendere pubblica la mia posizione. Confermo, quindi, la mia firma all’Appello per la libertà di pensiero, rassicurando il prof. Moffa per i timori da lui più sotto espressi. Ad ognuno le sue responsabilità. Se la nostra deve essere un’epoca di lotta per la difesa dei propri principi e delle proprie idee di libertà, non ci si può sottrarre agli imperativi dettati dalla propria coscienza.

In merito al cosiddetto negazionismo ed alla cosiddetta Shoà ho già espresso le mie posizioni, che vado articolando ad ogni nuova occasione che si presenta. Non essendo uno specialista ed avendo preventivamente espresso il mio dolore per tutte le vittime della seconda guerra mondiale, che ha fondamentalmente distrutto l’identità europea, mi ero messo a studiare in internet per fini meramente conoscitivi il cosiddetto Olocausto, quando fui attaccato in modo ignobile da un gruppo da me individuato intorno ad una testata telematica con nome “Informazione Corretta", prima a me ignota. Essendomi io qualificato come militante di Forza Italia, si tentò perfino di farmi chiudere bocca, agendo presso taluni “pezzi grossi” del partito. Mal gliene incolse perché sono in grado nella mia libertà ed indipendenza di mandare a quel paese con un atto unico sia quelli di “Informazione Corretta” sia qualsiasi pezzo grosso di qualsivoglia partito e quanti altri vogliano aggiungersi. La mia indignata reazione che ancora mi fa fremere di sdegno fu tale che ancora aspetto si facciano avanti con nome e cognome gli ideatori dell’ignobile attacco alla mia libertà di pensiero e di ricerca nonché di manifestazione del pensiero.

Quanto al merito dei problemi ricordo personalmente parecchi anni or sono di aver letto in Roma sui giornali di una conferenza di David Irving, non ricordo più su quale tema. Mi era noto il nome dello scrittore ed avrei voluto sentire di persona quel che avesse da dire, riservandomi un giudizio critico solo dopo che avessi potuto ascoltarlo. Ribadisco che non ero acriticamente orientato a favore o contro le tesi storiografiche di Irving. Volevo ascoltarlo e giudicare con la mia testa. Non mi fu permesso, perché – come lessi da qualche parte – appena giunto all’aeroporto, fu subito bloccato e rispedito indietro. La cosa aveva per me dell’incredibile e non riuscivo a capacitarmi. Se effettivamente le cose erano andate come lessi, mi chiedevo in cosa si distingueva dunque il nostro stato liberale di diritto da quei regimi illiberali che furono il nazismo, il fascismo, il bolscevismo. Avendo ben altri problemi, non mi occupai più mentalmente della cosa. Adesso mi pare che il caso si ripresenti in forma ancora più grave. Ricordo che allora la conferenza non so da chi organizzata avrebbe dovuto svolgersi all’Hotel Parco dei Principi, cioè in un luogo privato dove si affitta la sala. Adesso si tratta invece di una pubblica università che organizza una Lezione, alla quale si invita uno storico controverso quanto si vuole. Non è questo il punto.

Ecco, par di capire dal tal Mantelli, il cui nome – per mia colpevole ignoranza – sento adesso per la prima volta, che il contestato Faurisson non sarebbe a suo giudizio uno storico vero ed accreditato (da chi?): penso mentalmente a Fiamma Nirenstein che si è autodefinita uno storico. Se così è, io sono allora Tucidide. Ma mi chiedo chi potrebbe mai pensare di invitare un Oratore a tener Lezione su un argomento intorno al quale non abbia niente da dire, condivisibile o meno che sia. Il Mantelli sa che l’opera storica del tal Faurisson non vale nulla, ma noi ad una simile apprezzamento non saremmo in grado di poter giungere con i nostri mezzi critici e dobbiamo invece attenerci alla prelibazione dello stesso Mantelli. Di questo passo risalendo di Autorità in Autorità sempre più indietro credo che si debba ritornare all’Indice dei libri e degli autori proibiti. Non ho nulla nella mia biblioteca di Faurisson, ma qualcosa lessi di lui, facendomi prestare i suoi libri da un amico. Non ricordo nulla di quelle letture, ma un amico pure torinese mi dice che sono libri seri ed interessanti e soprattutto – quel che più conta – mi ha detto che Faurisson in Francia ha corso e corre rischi per la sua vita a causa dei suoi libri, quale che ne sia il contenuto ed il valore. Questo per me è assolutamente inaccettabile e sono disposto a scendere in campo per difendere la libertà di chi dovesse pensarla anche in modo diametralmente opposto al mio. Di Mantelli invece non ho mai letto nulla – ripeto per mia colpevole ignoranza, ma ahimé non riesco a possedere tutto lo scibile umano – e di lui non mi è mai giunta notizia fino ad oggi per qualcosa di cui valesse la pena farsi prestare i libri. Direi che la notizia che di lui oggi mi giunge è decisamente negativa. Sarebbe stato meglio che il suo nome non fosse mai a me giunto.

Sapevo già di non poter andare il prossimo 18 maggio in Teramo per ascoltare l’annunciata Lezione di Faurisson. Molteplici impegni mi trattengono in Roma. Ma adesso chiedo pubblicamente al prof. Mantelli ed ai firmatari da lui raccolti se il senso della sua raccolta di firme, inoltrate al rettore ed al preside teramano, consiste nel voler negare a me la facoltà di poter ascoltare uno storico di nome Faurisson o qualunque altro ne fosse il nome. Se l’obiezione è che Faurisson non sarebbe uno storico, rispondo che per me storico lo è o non è non più di quanto possa esserlo lo stesso Mantelli. Il Mantelli dell’Università di Torino non può arrogarsi il diritto di giudicare intorno all’opera altrui anche per conto mio che lavoro nell’università di Roma in una Facoltà che gode del prestigio dei maggiori storici d’Italia: a loro chiedo i lumi che mi occorrono, non a Brunello Mantelli, ma per questioni di libertà di pensiero non trattasi in ogni caso di competenza esclusiva degli storici. Io, del resto, non pretendo che nessun Mantelli di questo mondo debba accettare i miei giudizi intorno ad un qualsiasi oggetto. Non vedo in base a quale legge io debba dipendere dal giudizio di Mantelli e della persone di cui ha raccolto le firme. Io ho invece firmato perché a Faurisson ed a chiunque altro sia data libertà di parola. Non mi sognerei di negarla a nessuno e non capisco come in questo paese ci possano essere individui che intervengono in modo così inaudito nell’altrui sfera elementare di libertà. A mio sommesso avviso di docente di filosofia del diritto l’Appello Mantelli è inammissibile sul piano giuridico in quanto sia da intendersi come volto a negare e reprimere il diritto di chi vuol parlare ed il diritto di quanti vogliono ascoltarlo. Se così deve interpretarsi l’Appello Mantelli tutti i loro Firmatari hanno dimostrato di ignorare i principi elementari di quel diritto che consente la convivenza civile. Non chiederò per loro quel carcere che essi desiderano ardentemente infliggere ad altri, ma mi rifiuto di considerali membri della mia stessa Comunità scientifica. Non riconosco in loro nessuna Colleganza.

Aggiungo ancora qualche parola sul merito scientifico della faccenda. Non mi interessano nel mio mio ambito di ricerca il numero dei morti nei campi nazisti di concentramento, o le modalità in cui cui dette morti sono avvenute, o le responsabilità di esecutori e mandanti. Se qualcuno ritiene di voler indagare questi aspetti o di volerne contestare le vedute generalmente accettate, ben lo faccia ed è utile che lo faccia, se ciò significa una maggior dibattito scientifico ed una migliore conoscenza dei fatti. Quello che invece a me appare certo ed è alla base di mie ulteriori riflessioni politico-filosofiche è l’uso strumentale che del cosiddetto Olocausto si è fatto e continua a farsi. La raccolta di firme per negare ad altri il diritto di parola è una prova ulteriore degli interessi politici strumentali che sono connessi allo sfruttamento politico ed ideologico di un evento vericatosi ancor prima che la maggior parte dei firmatari nascessero. Si tratta di un’iniziativa che in altre circostanze (Nerone, vere cause della caduta dell’impero romano, apporti dell’alchimia e dell’astrologia alla moderna chimica ed astronomia, ecc.) rivelerebbe tutta la sua assurdità ed il proposito allucinante con il quale la si vuol proporre all’attenzione di privati ed autorità.

Antonio Caracciolo

– Docente ricercatore di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Teoria dello Stato dell’Università di Roma La Sapienza

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ALLEGATO
Corrispondenza ricevuta da Claudio Moffa e da me aperta oggi 14 maggio 2007

1.
La lobby si scatena



Claudio Moffa
a Undisclosed-Re.
13 mag (1 giorno fa)


LA LOBBY SI SCATENA.
MA LA LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO, DI OPINIONE
E DI RICERCA STORICA NON SI TOCCA


Al Rettore dell’Università di Teramo, prof. Prof. Mauro Mattioli,
al Preside della Facoltà di Scienze Politiche, prof. Adolfo Pepe,
Al Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica, dr. Fabio Mussi
alle redazioni de: “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “La Repubblica”, “L’Unità”, “Il Manifesto”, “Il Riformista”, “Il Foglio”, “Libero”, “Il Giornale”, “Liberazione”, “Europa”, “L’Avvenire”, “Il Messaggero”, “Il Secolo XIX”, “Il Sole – 24 ore”, Agenzia di stampa “ANSA”

Libertà va cercando che è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta
Dante Alighieri, Purgatorio, canto I, vv.71-72.

Eccola, la preannunciata e “temibile” lista degli “storici” contro la lezione che il prof. Paul Faurisson svolgerà il 18 maggio prossimo a Teramo. Una lista di nomi speditami da Brunello Mantelli, docente a Torino, che già ci provò a sobillare il mondo accademico nel gennaio scorso, al primo attacco del Pezzana, il gestore del centro di diffamazione permanente che svolge azione di terrorismo psicologico contro giornalisti, professori e intellettuali italiani che deviano dal suo pensiero ossessivo di pasdaran dell’Olocausto. Mantelli non provi a smentire il fatto, perché è assolutamente vero. Il master Enrico Mattei è sotto osservazione banditesca ben prima di adesso, e anche ben prima del gennaio scorso: fin dal suo inizio, prima edizione, 16 novembre 2005, quando un tal Emanuele Ottolenghi si produsse in un clamoroso falso niente meno che sul web inglese di un tal Institute for Jewish History. Tutte cose provate, come documentato riga per riga, citazione per citazione, nel sito del Master Mattei per il Medio Oriente. La menzogna reiterata per affossare la ricerca della verità e la libertà di insegnamento.
2.
Cronologia del testo

Quanto alla lista costituisce nei fatti la reazione emotiva, dogmatica, pericolosa per le libertà civili in Italia e in Europa ad una iniziativa didattica del tutto legittima, ai sensi della Costituzione Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Primo, i docenti universitari sono solo 43, una minoranza infima della ben più ampia comunità degli storici e intellettuali italiani. Secondo, i sottoscrittori sono quasi tutti ebrei, e questa cosa va detta, senza mascherarsi dietro ipocrisie presuntamente antirazziste o simili, per contestualizzarne il significato: si tratta di persone emotivamente coinvolte, o che antepongono gli interessi della propria comunità etnico-religiosa di appartenenza a quelli supremi della libertà di pensiero e di ricerca storica, come Finkelstein insegna. Terzo, il testo dell’appello è come una Bolla papale: impone una verità storica acquisita una volta per sempre, il che costituisce la negazione del mestiere di storico, che è continua revisione. Secondo Mantelli infatti “in atto da più di mezzo secolo un dibattito vivacissimo (!! Ne sanno qualcosa Irving, un anno, e Zuendel, 5 anni di galera!!), che ovviamente parte però da un indiscutibile dato di fatto: … il numero delle vittime ammonta a cinque - sei milioni. Questo è incontrovertibile, sul resto ci si sforza di arrivare progressivamente più vicini alla verità, come è dovere di ogni studioso degno di questo nome”.
Cifra stabilita una volta per sempre? Ma quando mai, se la lastra commemorativa all’ingresso di Auschwitz ha subito il defalcamento della cifra iniziale di 4 milioni di vittime a un milione e mezzo! Quando mai, se la questione delle cifre è notoriamente complessa in ogni conflitto dell’età contemporanea, dalla Jugoslavia all’Iraq al Darfur!!! In realtà la Bolla di Mantelli pretende di imporre alla comunità degli storici la visione religiosa degli stermini di Ebrei nella II guerra mondiale – non è un caso che parli di Olocausto e di Shoah, senza virgolettare – e non una verità storica scientificamente e laicamente accertata.

Infine, l’appello viene trasmesso dal Mantelli con alcuni nomi sottolineati, simbolo evidente del suo ultimo significato e valore: i nomi, in particolare, di due o tre “testimoni” del cosiddetto Olocausto e quello, indubbiamente autorevole dal punto di vista politico-mediatico, del presidente della Comunità Ebraica italiana Renzo Gattegna.
Ma i testimoni sono fonte attendibile solo in parte, solo se comprovati da altre fonti, solo se vagliati con attenzione, come insegna la corretta revisione storiografica delle “fonti orali” come presunta “storia dei vinti” di voga negli anni Sessanta, in campo non solo contemporaneistico e africanistico, e come ogni storico serio e persona di buon senso sa: la testimonianza del nazista Hoss al processo di Norimberga non ha in sé alcun valore, è il corrispettivo storiografico delle deposizioni dei “pentiti di mafia” di casa nostra. Il caso Limentani, l’anziano ebreo che accusò un politico italiano di essere figlio del suo picchiatore in gioventù (ma il padre di quel politico aveva all’epoca 13 anni! Un errore clamoroso), la dice lunga sulla validità di certe dichiarazioni frutto di emotività eccessiva. Perché del resto, mute fino agli anni Settanta, queste testimonianze si sono moltiplicate negli ultimi due decenni, parallelamente allo sviluppo della “industria dell’Olocausto”, e alla crescita esponenziale del potere di condizionamento di Israele in tutti i paesi del mondo?
Infine, il nome del Presidente dell’UCEI Renzo Gattegna: la sua evidenziazione in grassetto, è il vero ultimo significato della Bolla Mantelli: un documento non culturale, ma eminentemente politico, non laico, ma finto laico, pronto ad attaccare ad ogni piè sospinto Pio XII, ma prono all’integralismo ebraico. Renzo Gattegna, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, già uscito sostanzialmente sconfitto dalla sua sortita del 21 aprile scorso, ripresa da pochissimi giornali, nella quale accusava falsamente il convegno la storia imbavagliata di essere un convegno “negazionista”, sta evidentemente mobilitando le sue truppe. Ma non ci sarà alcuna guerra. Semplicemente si terrà il 18 maggio prossima una normale lezione di un ex professore universitario della Sorbona, Paul Faurisson, perseguitato dal 1981 con processi a catena, e ancor più sotto pressione dopo l’approvazione dell’infame legge liberticida voluta dal socialista ebreo Fabius e promossa dal “comunista” Gayssot, con i quali il sottoscritto – come già detto in altra occasione – non vuole avere nulla a che fare nonostante la propria collocazione politica di sinistra.

Due ultime annotazioni riguardano la radiografia effettiva del master Enrico Mattei in Medio Oriente, e la contestualizzaizone di questo grave attacco alla libertà di insegnamento e di libertà d’opinione in Italia ad opera della Comunità ebraica italiana del suo appello. Sul primo punto, ecco alcuni dei nomi che hanno partecipato al master Enrico Mattei in medio Oriente, incuranti degli attacchi ripetuti al corso di studi: i giornalisti Morrione, Ferdinando Pellegrini, Al Qaryouti, Irace, Massimo Fini, Ugo Traballi; i giuristi Sinagra, Bargiacchi, Ainis, Manetti, Siclari, Rosati di Monteprandone, gli avvocati Mellini e Barletta Caldarera, il sociologo Melotti; storici e politologi come Cardini, D’Orsi, Dan Segre, Losurdo, Aliboni, Strika, Marzano, Bagnato, Aruffo, islamisti come Bono, Barbero e Scarcia, operatori in Medio Oriente come Fabio Alberti, l’antropologa Gallini, gli ambasciatori Scialoja e Napoletano, l’archeologo di fama internazionale Paolo Matthiae etc etc. Sono stati invitati inoltre, Sarfatti, Pezzetti, Gattegna e l’ambasciatore israeliano. Come è possibile sostenere, se non pregiudizialmente e faziosamente, che questo master non garantisce un’offerta formativa pluralista (i docenti sono di tutte le tendenze) e valida?

Quanto alla contestualizzazione dell’attacco, è duplice: nel microcosmo dell’Ateneo di Teramo, esso investe una serie di colleghi che si nascondono dietro un inesistente “Collegio consultivo”, inventato da Pepe per dare veste formale ad una classica azione di mobbing, che nasce soprattutto dall’invidia di chi registra con suo dispiacere il successo incredibile del master Mattei in Medio Oriente. Colleghi che hanno provato con i loro master e sono andati a buca. O colleghi proni al “vertice” quale che sia, sempre e comunque: come quel cattolico, sembra collaboratore di cardinali, che si è fatto eleggere a carica istituzionale omaggiando il cubo, i triangoli e gli esagrammi simboli dell’Ateneo di Teramo. Vergogna! Quanto a Pepe,dopo aver fatto tutto di nascosto, ieri mi fa al telefono, con voce imbarazzata: “come stai Claudio?” . Ma come stai tu, Pepe! Come stai tu che già ti inchinasti due anni fa di fronte ai soliti “poteri forti” in un convegno sul contributo degli ebrei – secondo breve cronaca giornalistica – alla storia del socialismo, entrando in contatto allora con uno dei recenti denigratori del master! Come stai tu, che sei presidente di una Fondazione intitolata al grande Di Vittorio, che si starà rivoltando nella tomba a vedere come tratti la memoria di Luciano Lama, il segretario della CGIL contestato negli anni Settanta perché avrebbe agito non come sindacalista, ma come statista, e che nonostante questo, finì non presidente del Senato ma sindaco di Amelia, forse perché aveva osato rimproverare nel 1982 gli ebrei italiani, dicendo loro: “ebrei, uscite dal ghetto!”.
Assassino della memoria della CGIL. L’appello di Lama vale ancora oggi, nei confronti dei firmatari della bolla Mantelli-Gattegna!

Ma queste sono beghe accademiche, anche se non secondarie visto che una recente sentenza del tribunale di Teramo ha espresso “allarme e preoccupazione” per lo stato della legalità e dell’autonomia dei docenti nell’Ateneo abruzzese.
L’altra contestualizzazione è ben più importante: il mio nome è mediaticamente ben poco rispetto alla nomea di ministri e politici, ma non esito egualmente a dire che la battaglia di libertà culturale stiamo portando avanti, assieme a decine e decine di giuristi, avvocati, docenti universitari, gente “di popolo” di tutti gli orientamenti, è il corrispettivo di quella politica di Berlusconi, assaltato dal kapo’ Shultz all’inizio del suo mandato di governo, di Bertinotti oltraggiato in Israele, e di D’Alema sotto costante attacco da parte degli ebrei italiani; sarebbe dunque, per i politici (così come per i giornalisti liberi), un errore formidabile non capire la partita che si sta giocando, e usare la cavia Teramo sperando di placare la belva liberticida, per guadagnare qualcosa in altro campo.
Non lo dico per mia autodifesa, ma per fredda analisi della realtà. Il problema di fondo è in effetti lo stesso: è la violenza che minaccia tutti, vera (gli assalti ai ragazzi con la kefiah i cui cortei transitano a Roma per Piazza Venezia) minacciata (Agnoletti, la sede di Rifondazione, la presentazione di un libro nella sede della Provincia di Roma) psicologico-mediatica (le telefonate alle radio private o a Prima pagina, gli email minacciosi) della Comunità ebraica italiana e dei suoi sostenitori acritici nei confronti di chiunque, nel suo campo professionale, non accetti il diktat di una verità e di una opinione precostituite. Una violenza esplicita che si accompagna a ricatti e pressioni nelle carriere di ciascuno, come io so per certo, e come credo sappiano bene alcuni “autorevoli” colleghi di Teramo.

Molti hanno paura di questo “potere forte” nell’Italia democratica del III millennio: il vero fascismo della nostra epoca, di fronte a cui il più cretino e violento dei naziskin è nulla. Anch’io ho qualche paura, visti peraltro i segnali di possibili minacce di morte che ho ricevuto negli ultimi anni, l’ultimo qualche giorno fa. Ma prima di aver paura sono serenamente furibondo. Non ci sto. Non accetto che 290 firme possano valere più di 250 firme, o anche di una sola firma pro-lezione di Faurisson, per il semplice motivo che nessuna maggioranza può imporre il bavaglio alla libertà di pensiero a nessun individuo.
Non accetto che venga leso il mio diritto di docente universitario e di libero intellettuale garantito dalla Costituzione. Non accetto che un messaggio accademico contro le leggi liberticide che infangano l’Europa delle libertà borghesi e socialiste, venga obnubilato da una gazzarra indecente attorno ad un tranquillo ed educato signore francese, di cui tutti sparlano ma nessuno – a cominciare dai sottoscrittori della Bolla Mantelli – sa verosimilmente un tubo.
Potranno a questo punto essere ritirate per paura tutte le 250 firme dall’appello pro-lezione di Faurisson pubblicato sul sito mastermatteimedioriente.it. Mi aspetto di tutto. Comunque. per conto mio, la lezione di Faurisson, si svolgerà: fossi anche io l’unico “studente” presente in aula a sentire il professore francese dire la sua verità sugli stermini nazisti di ebrei nella II guerra mondiale.

Claudio Moffa
www.claudiomoffa.it
www.mastermatteimedioriente.it
claudio.moffa@fastwebnet.it
Roma 13 maggio 2007

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3.
Da Bruno Mantelli

(è omesso il suo Manifesto con elenco Firmatari,
per espressa richiesta dello stesso Bruno Mantelli.
Il testo tuttavia lo si può reperire facilmente altrove)


Ho appena avuto una corrispondenza con il de cuius, del quale sono ben lieto di omettere la sua parte di testo, secondo i suoi desideri. Era un testo quanto mai sconnesso ed i miei Lettori non si sono persi nulla, potendone chiaramente ricostruire il contenuto dal testo di Moffa che non ha le stesse remore a darne la più ampia pubblicità. Se non avessi pubblicato anche la campana brunellesca, mi si sarebbe potuto rimproverare di non aver fatto sentire anche quella campana. Chi doveva capirlo non lo ha capito. Non di censura del censore Bunello si tratta dunque, ma di sua espressa richiesta secondo una sensibilità giuridica che il de cuius non mostra di avere in ordine ai diritti fondamentali di libertà di pensiero e ricerca. Gli posso anche spiegare pubblicamente che l’espressione “cosiddetto Olocausto”, che lo ha tanto indisposto, non è nel mio vocabolario un giudizio sul fatto, vero o falso che sia, ma semplicemente trattasi di espressione a me riuscita sempre incomprensibile, fin dalla prima volta che ne ho udito il termine. Conosco stermini, massacri, genocidi, stupri di massa, ecc., ma connotare un preciso evento della seconda guerra mondiale come “Olocausto” significa caricarlo già di quella ideologia strumentale di cui ho appunto parlato. La lettera in questione era inviata a tutte le testate giornalistiche d’Italia. Faccio editoria da trent’anni ed in questa materia mi regolo accogliendo sempre le richieste degli autori di un qualunque testo che io pubblichi. Sono peraltro ben lieto di non aver nulla a che fare con il tal Brunello da Torino, preferendo di gran lunga quello da Montalcino. Voglio sperare che non si azzardi ancora a dirmi lui dove io posso o non posso andare, chi posso o non posso ascoltare. Da parte mia, per quel che mi riguarda, dove lui può andare glielo ho appena detto in privato (senza autorizzazione a divulgarlo).

Sono in attesa di un articolo di stampa di Sion Segre Amar, uno storico ebreo assai noto, che circa 10 anni fa scrisse su La Stampa un articolo dove spiegava che l’uso del termine “Olocausto” è quanto mai discutibile. Pertanto, l’espressione “cosiddetto Olocausto”, per la quale il dottissimo Brunello da Torino decise che ad uno che scrive “cosiddetto Olocausto” non vale la pena di dare neppure una risposta, potendoli ben considerare al di sotto di quelli che durante il nazismo venivano considerati feccia umana più al di sotto della quale non si poteva andare, cioè gli ebrei stessi. Naturalmente sbagliavano perché gli ebrei che discriminavano e perseguitavano erano innanzitutto cittadini tedeschi ed a nessun essere umano si può mai negargli la dignità che gli è propria ed inalienabile: il linea di principio si deve poter parlare con tutti! Ed era assai probabile, che come i fratelli Rosselli, si sentissero innanzitutto cittadini italiani (o tedeschi) e solo in subordine anche ebrei. Ma se proprio il nostro Brunello, e con lui l’articolista Paolo Soldini:
…Ognuno è libero di lanciare appelli e farseli firmare da chicchessia. Anche chi, in nome della «libbertà» d’opinione li colloca in un sito web infarcito di insulti per gli avversari, di aperta apologia dell’antisemitismo e di negazionismo duro e puro. Quello, per intenderci, di chi scrive la parola Olocausto sempre fra virgolette…
de "il Riformista” che si è aggiunto alla partita di caccia contro mutatis mutandis l’ebreo Faurisson, vogliono prendersela per ignoranza o malafede contro chi scrive “cosiddetto Olocausto”, allora devono prendersela innanzitutto con il noto storico ebreo Sion Segre Amar, che ha spiegato ai fanatici assetati di guerra ed istupidi dal loro vittimismo strumentale, che l’espressione Olocausto non ha valore scientifico. Giustamente, si parla anche di religio holocaustica.

Antonio Caracciolo

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4.
Ma non chiamatelo olocausto

Dall’Innominato torinese, traggo questo brano di una corrispondenza, subito interrotta, per assoluta incompatibilità di carattere ed orientamento:
chi definisce "cosiddetto Olocausto" la distruzione degli ebrei d'Europa non è degno di ricevere alcuna risposta.
La frase è stata offensiva e la mia risposta adeguata e legittima: non riporto qui le mie testuali parole. Aggiungo che non mi aspettavo nessuna risposta, ma avevo mandato solo una notifica di questo Post, come faccio con tutti i soggetti che sono da me a vario titolo citati nei miei articoli. All’Innominato torinese, essendo io firmatario del manifesto Moffa, avevo anche mandato una sola frase di dissociazione dal Manifesto Mantelli. In questo testo è a mio avviso contenuto un grave illecito di cui ho detto sopra e che consiste nella pretesa di poter negare ad altri l’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti, cioè l’art. 21 ed il 33. Con chi architetta simili operazioni sono io il primo a non voler avere nulla a che fare. Vi è solo da combattere e difendersi. Tuttavia, l’Innominato torinese, forse per ignoranza forse per malafede, non si accorgeva di offendere altri autorevoli esponenti ebrei del suo fronte, che egualmente usavano l’espressione "cosiddetto Olocausto". Il piccolo episodio testimonia di una diffusa malafede con la quale la storia viene asservita e strumentalizzata per ben precisi disegni politici, che ognuno ha diritto a respingere senza che ciò nulla abbia a che fare con lo “sterminio di ebrei e zingari” verificatesi durante la seconda guerra mondiale. Ho sopra spiegato con ragioni e motivazione del tutto autonome, l’inconsistenza ed inutilizzabilità scientifica del termine olocausto. Riporto adesso integralmente i testi di una polemica apparsa su la Stampa di Torino il 3 maggio 1994, a p. 18. Lo storico Sion Segre Amar, oltre che affermato nel suo campo disciplinare, è un ebreo purosangue. L’ambito della polemica non riguarda un ristretto settore di storici specialisti, ma coinvolge la totalità dei cittadini ed ha valenza politica. Da Torino o da Gerusalemme nessuno può chiedermi di interpretare la storia del XX secolo servendomi di categorie religiose proprie dell’ebraismo. Ho pieno diritto ad una mia interpretazione della storia contemporanea: non sono un fabbricante o scopritore di fatti successi o non successi, ma di ciò che è noto mi è lecito darne interpretazione.

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a.
SION SEGRE AMAR
Così si tradisce lo sterminio
Ma non chiamatelo olocausto


Non so chi sia quello sprovveduto che ha usato per la prima volta la parola olocausto per indicare il genocidio nazista di ebrei e zingari durante la seconda guerra mondiale. A quell’orrore si può dare il nome che si vuole, non se ne renderà mai il concetto. Anche padre Dante, quando - credo l’unica volta nel suo poema - parla di olocausto per significare l’offerta a Dio di tutto se stesso, lo fa con quella «favella ch’è una in tutti», cioè la favella eterna, il pensiero che non viene con parole, come bene intese Alessandro Momigliano.

Di un olocausto ebraico si è così parlato con leggerezza per anni, finché ci si è accorti che la parola è fuorviante, nel suo significato sacrificale ed espiatorio che nulla ha a che vedere con Auschwitz e dintorni, salvo che con essa si volesse sottintendere che chi ad Auschwitz è stato sacrificato lo fu per espiazione di quel supposto deicidio che ora perfino la Chiesa di Roma ha rinnegato. Io stesso l’ho talvolta usata, quella parola, seppure con riluttanza, facendola però precedere dal correttivo: cosiddetto. Ma da quando ho saputo che anche lo storico revisionista Coppellotti si esprime in quel modo per affermare che Auschwitz non è mai esistito, preferisco usare il semplice nome geografico di quella città, per sintetizzarne il funesto significato.

D’altra parte, se si vuole che quella memoria non venga cancellata, per dovere verso chi ne è stato vittima, e come impegno salvifico nei confronti delle generazioni future, di Auschwitz si deve pur parlare. Ma come, se la parola di per sé è incapace di rendere il concetto?

C'è chi ritiene che ad Auschwitz solo il silenzio si addica, e tutti sappiamo come il silenzio talvolta dica più delle parole. Ma col silenzio non si etema la memoria. C’è anche chi ha creduto di affidarsi al video, della televisione o del cinematografo, ma con risultati inadeguati, e spesso fuorvianti. Salvo in quei documentari girati al momento dell’entrata delle truppe alleate nei campi di sterminio, che hanno rivelato al mondo incredulo che ciò che sembrava impossibile era vero. Ma quegli spezzoni di film ora giacciono per lo più dimenticati in qualche cineteca, e un celebre regista per ricrearne la tenebrosa atmosfera per il film La lista di Schindler ha preferito ricorrere alla finzione scenica. E lo ha fatto con gusto americano, con quel finale, pur di intenso effetto emotivo, che lascia allo spettatore impreparato l’impressione, e forse la convinzione, che con un po’ di fortuna da quell’inferno si potesse salvare. Un Auschwitz caramellato che può offuscare l’opera di quegli eletti, come Primo Levi, Giuliana Tedeschi e Liana Millu che all’Auschwitz vero hanno avuto la forza di sopravvivere, per raccontare...

Altri, la quasi totalità dei perseguitati, compresi parenti miei, non ne hanno avuto la possibilità perché stroncati prima di essere incanalati al macello. Come Abraham Lewin, il combattente del ghetto di Varsavia che tenne un diario ritrovato dopo la guerra tra le macerie di quel monumento dell’orrore e dell’eroismo, e le cui pagine - queste sì legittraie e sacre - si interrompono bruscamente il 16 gennaio ’43, con la frase presaga: «Nelle vie oggi si sta svolgendo una ulteriore azione...» (A. L., Una coppa di lacrime, Il Saggiatore, 1993). E come Anna Frank, il cui diario pure è stato portato sulla scena, ma con quel rigore etico e religioso che la sacertà della vicenda imponeva.

C'è un altro aspetto del problema. Milioni di persone sono state trasportate per centinaia e centinaia di chilometri, e poi eliminate, in regioni a fitta concentrazione abitativa, e nessuno ha visto, nessuno ha saputo? In certi casi, come a Mauthausen, il campo di sterminio era vicino alla città, e i suoi abitanti cooperavano talvolta alle operazioni di morte. Di questa condizione, dei loro silenzi e della loro apatia, ha parlato sulla Stampa del 2 aprile Mirella Serri, recensendo il libro dell’americano Horwitz, All’ombra della morte (Marsilio).

Solo dunque la testimonianza dei sopravvissuti e le documentazioni storiche avrebbero legittimità nella letteratura su Auschwitz? No, c'è un’eccezione: la poesia. La poesia, che come la musica raggiunge direttamente l’anima attraverso vie misteriose e pure, si serve anch’essa della parola per esprimersi. E se Auschwitz almeno per noi italiani fino ad ora non ha trovato il suo cantore ebreo, il suo Bialik di Nella città del massacro evocativo del pogrom di Kishinev del 1903 (Il Melangolo, 1992), è uscita in questi giorni l’opera di un non ebreo italiano che attraverso la poesia, questa crociana «prima operazione della mente umana», come ricorda il prefatore M. Graziano Farri, «perpetua la commozione, così da rendere viva la concitazione della verità». Ed è, la poesia, «una messa in scena interiore in cui si attua la sopravvivenza dopo la morte, e in cui si salva in perpetuo il canto che muore».

Da Dante ai nostri giorni, ciò che non si può «significar per verba» si può dunque esprimere, oltreché col silenzio, solo con la musica e con la poesia, e chi non sia terrificato dall’argomento, dovrebbe leggere queste epiche trecento pagine di verità storiche su Auschwitz cantate, prima che il tempo e l’incoscienza dell’uomo le offuschino, da un non ebreo (Lorenzo Albertinelli, I Lager, Giuntina, 1994).

Sion Segre Amar

Sommario



Per spirito di liberalità e per far risaltare nella sua interezza ho qui riprodotto l’intero testo di Sion Segre Amar. Ai miei fini di citazione scientifica interessa solo la parte relativa all’uso storico-scientifico del termine olocaustico, criticato in modo del tutto autonomo anche dallo storico ebreo Sion Segre Amar. Se pertanto mi dovessero giungere dagli aventi diritto contestazioni copyright-patrimoniali, come quelle dell’Innominato per il Manifesto pubblico da lui curato, non ho nessuna remora a sopprimere la parte di testo non pertinente al mio discorso, che verteva interamente sull’uso improprio del termine olocausto per definire lo sterminio di ebrei e zingari, avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

Quanto allo spinoso problema non ripeterò mai abbastanza, essendo infinita la malafede altrui, che per il mio modo di vedere non si tratta più di accertamento dei fatti quali che siano stati, ma di interpretazione degli stessi. In ordine a ciò ritengo di avere tutta la competenza che serve per esprimere una mia propria autonoma valutazione. In altri termini, qui non si tratta di negare, revisionare o affermare alcunché. È successo quel che è successo. E allora? I mantelliani vogliono che si dica che i nazisti son brutti e cattivi? Concesso! Vogliono che ad Israele venga riconosciuto il diritto a ricevere dalla Germania un tributo perpetuo? Oppure che su Auschwitz debba essere fondato il diritto di Israele ad occupare il territorio arabo-palestinese? O che non solo i tedeschi ma tutti gli europei, anche quelli nati dopo Auschwitz debbano ritenersi moralmente colpevoli di crimini commessi dai loro padri, nonni e bisnonni fino alla terza e quarta generazione? Vogliono che tutti i giorni dell’anno venga ricordato l’Olocausto Eterno ed Incommensurabile? Che sulla ricostruzione olocaustica di Auschwitz vengano riconosciuti a chi ne rivendica la titolarità diritti infiniti ed eterni? Che l’Europa non abbia più nessun diritto ad un’esistenza ed un’identita politica? Che non solo Israele venga accolta in Europa ma che abbia anche la presidenza perpetua? Che l’Europa intera si schieri in guerra contro tutti gli arabi? Che non solo i territori ora occupati dagli Israeliani siano riconosciuti per sempre, ma che venga autorizzata e riconosciuta anche l’occupazione di altri territori fino a realizzare la Grande Israele dei racconti biblici? Tutto questo è chiaramente assurdo e inaudito! Ed è questo che si evoca quando inermi vecchietti di ottant’anni minacciano di aprire bocca per dire cose che in nessun altra occasione avrebbero suscitato tanto clamore e tanta furia.

Tutto ciò appare assurdo. Una spiegazione è forse possibile trovarla nella reazione degli Ebrei alla pubblicazione del libro “Pasque di sangue” dello storico ebreo Ariel Toaff, messo a tacere dai suoi connazionali che lo hanno costretto a ritirare un libro che trattava eventi del XV secolo. Cosa aveva di pericoloso questo libro? Poiché ne è stata proibita la lettura, me ne sono procurato il testo ed ho iniziato ad analizzarlo per comprenderne la pericolosità. Una prima osservazione di Ariel Toaff mi è parsa illuminante:
«…Anche in questo caso dobbiamo lamentare un ulteriore esempio dell’appiattimento stereotipico della storia degli ebrei, sempre più considerata come storia dell’antisemitismo, religioso o politico» (Ariel TOAFF, Pasque di sangue, p. 5).
Se ne può desumere una filosofia della storia ebraica alquanto semplificata: da un punto di vista strettamente religioso per un rabbino tutto il mondo non ebreo è popolato da idolatri in quanto non riconoscono e non adorano l’unico vero dio, cioè quello ebreo dell’Antico Testamento. L’attuale regime di non belligeranza e non ostilità con il cattolicesimo è solo una tregua per combattere un comune nemico: l’Islam, il relativismo, gli omosessuali, ecc. Vi è da scommettere che ebrei e cattolici torneranno ad amarsi come per il passato, quello stesso passato delle “Pasque di sangue”, di cui ha tentato di parlare Ariel Toaff, prima di venir zittito e ridotto al silenzio dai suoi stessi correligionari. Da un punto di vista strettamente storico tutta la storia degli ebrei è storia dell’antisemitismo. Ciò significa che per la psicologia ebraico l’altro è necessariamente un antisemita ed in quanto tale un colpevole per definizione. Per la prima volta nella storia, dopo la seconda guerra mondiale, si sono unificati i concetti di “nemico” e di “criminale”: lo sconfitto in guerra è ipso fatto anche un criminale, ossia riceve una connotazione morale indelebile e perpetua. Tra i crimini commessi vengono ascritti anche le numerose uccisioni di “ebrei e zingari”. I non-ebrei sterminati non hanno avuto la stessa capacità di organizzazione degli ebrei. Gli Zingari non hanno potuto costituire un loro proprio Stato in qualche appezzamento di terra loro concesso a titolo risarcitorio. Ma questi son altri discorsi. Giova qui sottolineare che anche l’intolleranza ebraica di questi giorni, la piccola battaglia anti-Faurisson in Teramo, potrebbe benissimo spiegarsi con una concezione manichea della storia: tutto il mondo è colpevole davanti agli Ebrei, per cui un Brunello Mantelli può ben scrivermi prima di leggere ogni altra cosa:
chi definisce “cosiddetto Olocausto” la distruzione degli ebrei d'Europa non è degno di ricevere alcuna risposta.
Così ha parlato il Servo di Jahvè! Si salvi chi può. Ma soprattutto con i progetti Mastelli alle porte ogni persona che voglia evitare grane farà bene a cambiar strana ogni volta che incontra un ebreo oppure se parla in pubblico dovrà ben accertarsi che non ci siano orecchie ebraiche ad ascoltarlo. Un nuovo ghetto è stato costruito. L’Appello Mantelli esprime tutta l’arroganza di un vittimismo che abusando della giusta solidarietà che si deve alle vittime dello sterminio nazista hanno trasformato in rivalsa ed intolleranza la spontanea pietà davanti allo spettacolo dei campi di concentramento, veri o falsi che siano. La maggior parte delle vittime ormai non vivono più, ma per dirla con Finkelstein quanti son rimasti di quella tragedia hanno saputo fare una lucrosa industria. Chiudo con una nota di ilarità che qui capita proprio a fagiolo. Il Contromanifesto Mantelli si apre con una parodia del verso dantesco usato da Moffa, al quale Mantelli oppone il seguente epitaffio:
ma per seguir virtute e canoscenza (sic!).
Per l'appunto ciò che, in quel di Teramo, a qualcuno difetta...
Per conoscenza.
Brunello Mantelli, anche a nome di altri 269 cittadini dell'Unione Europea.

Non mi offendo mai quando qualcuno mi dà dell’ignorante. Come Socrate, sono io il primo a professarmi ignorante, salvo poi a scoprire che chi pretende di non esserlo lo è più di me. Per la storia dell’espressione “cosiddetto Olocausto” parrebbe accertata la plateale ignoranza di Brunello Mantelli, che al solo suono della parola “cosiddetto” è subito scattato nella sua intolleranza, che è un capitolo a se stante di cui abbiamo qui accennato qualcosa. Se però si trattasse davvero di ignoranza sarebbe un peccato veniale, di quelli che si possono perdonare. Il mio sospetto è che dietro il “mito” o la “leggenda” dell’Olocausto, vi siano ben più corposi interessi per i quali da parte degli stessi ebrei vale la pena gettare in mare anche ebrei purosangue come Sion Segre Amar o più recentemente Ariel Toaff. Per quanto riguarda i 269 cittadini dell’Unione Europea osservo che cittadino dell’Unione Europea lo è anche quello stesso Robert Faurisson al quale gli ebrei (son cittadini israeliani?) “Informazione Corretta” vorrebbero negare perfino il diritto di passare dalla Francia in Italia: vedi. Per il resto aspetto ancora da ognuno di questi 269 cittadini dell’Unione Europea una risposta non in ordine a verità o falsità del cosiddetto Olocausto, questione di cui assai meno mi importa, ma in ordine ai miei diritti costituzionali di libertà, godendo dei quali posso un giorno ascoltare inedite tesi sulle vere cause della caduta dell’impero romano, o sul mistero di Atlantide, o sui misfatti della chiesa cattolica e del cattolicesimo e perché no anche qualcosa di controcorrente in merito al cosiddetto olocausto. Il fatto del semplice ascoltare non significa approvare, ma il non voler ascoltare è prova manifesta di pregiudizio ed ignoranza, qualità in cui il nostro Mantelli ci ha dimostrato di eccellere. Saranno tutti come Mantelli i 269 cittadini della Unione Europea pescati da Mantelli su una popolazione di circa 500 milioni.


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b.
La parola simbolo

«OLOCAUSTO», parola sbagliata, ma anche parola entrata nel linguaggio saggistico, giornalistico, scolastico, quotidiano. Parola che nel divenire simbolo della tragedia ebraica sotto il nazismo ha silenziosamente contrabbandato nella storia di uno sterminio significati rimasti sommersi come quello di «espiazione» e quindi, comunque, di una colpa da pagare da parte delle vittime.

«Il termine giusto sarebbe stato schoah, che si traduce con sciagura», dice lo storico delle religioni Sergio Quinzio. «L’olocausto in effetti presuppone un peccato da espiare. Io sono un cristiano cattolico e capisco la ribellione degli ebrei, i quali vedono permanere in quell’espressione il concetto di vittime che vanno ad espiare qualcosa. E, allora, questa diventa una porta aperta su un destino di sacrificio». Dobbiamo radiare l’espressione dai discorsi su quel tema? «Dobbiamo soprattutto intenderci, non approfìttarne per coglierne dei significati. Quando Gorbaciov diceva grazie a Dio non lo intendeva certo in senso letterale, usava un modo di dire. I termini si caricano di significati emblematici oltre quelli originari. Però, ripeto, capisco benissimo quel rifiuto».

Quinzio ricorda che forse fu proprio Eli Wiesel a utilizzare per primo «olocausto». E commenta rapidamente il linguista Tristano Bolelli: «Una parola “ricreata” per quell’eccidio e divenuta oggi, nel linguaggio corrente, l’emblema di esso».

Lo scrittore Erri De Luca non si scandalizza più di tanto, anche se corregge il tiro: «È certo che pochi di quelli finiti nei forni conoscevano il termine olocausto, lo ignoravano proprio. Probabilmente avrebbero parlato di hurbn, cioè distruzione». Allora dobbiamo abituarci a non dire più «olocausto»? De Luca è tollerante: «Esistono parole usurpatrici e queste acquistano una sorta didiritto. In termini di oggi si direbbe che olocausto ha funzionato, si è guadagnata un ascolto. E non è poco».

Marco Neirotti

Non sono né un ebreo né mi definisco un cristiano cattolico, come Sergio Quinzio, mio vicino di casa morto da diversi anni. E neppure riconosco a De Luca un diritto all’usurpazione del senso comune del linguaggio e un diritto all’attribuzione forzata di senso: un simile “diritto all’ascolto” è avvenuto con atti di intolleranza come quelli di questi giorni in Teramo o con la faccia massacrata di Faurisson alcuni anni addietro. Nel mio linguaggio “olocausto” resta parola terminologicamente incomprensibile, mentre so bene cosa significa sterminio, massacro, uccisioni di massa, e simili. Rivendico perciò il diritto di designare gli stessi identici fatti con termini a me congeniali e corrispondenti al normale uso linguistico della lingua italiana. In realtà con “Olocausto” (rigorosamente scritto con la maiuscola) si intende costruire ciò che Sorel chiamava un “mito”. Caratteristica dei miti è quella di essere circondati da un’indistinta confusione e vaghezza che non tollera nessuna forma di analisi critica. Su quel mito è stata addirittura fondata un’industria (Finkelstein, altro ebreo fuori del coro), i cui proventi non possono essere messi a rischio da un Faurisson e di quanti sarebbero disposti ad ascoltarlo, anche per semplice curiosità, se ad impedirlo non fossero stati manganellatori ebrei venuti da Roma e coperti da poteri complici, come mutatis mutandis avveniva durante in Famigerato Ventennio. Riprendendo l’enigmatica risposta dantesca di Sion Segre Amar a Coppellotti concordo con lui che non si deve temere di quelle cose che non hanno nessuna intenzione di fare altrui del male e tra queste principalmente la libertà di parlare ed ascoltare.

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c.
FRANCESCO COPPELLOTI
Lettera pubblicata
su La Stampa, domenica 8 maggio 1994

Olocausto e sfruttamento

Ho appena letto l’articolo «Ma non chiamatelo Olocausto – Così si tradisce lo sterminio», di Sion Segre Amar, pubblicato il 3 maggio su La Stampa. Constato che, secondo la sua autorevole opinione, 1) premettere l’aggettivo «cosiddetto» al termine «Olocausto» (antonomasia introdotta nell’uso linguistico dalla stampa angloamericana nel ’42-43, come risulta tra l’altro dall’Oxford Dictionary) non costituisce di per sé un’offesa alla memoria dello sterminio degli ebrei; 2) che Schindler’s List è un film di (discutibile) «gusto americano», «inadeguato» a rappresentare lo sterminio degli ebrei in Europa.

Ciò che non risulta affatto perspicuo è il motivo o la fonte da cui Sion Segre Amar ha tratto la convinzione che il sottoscritto, quando usa l’espressione “cosiddetto Olocausto”, intende negare addirittura l’esistenza di Auschwitz. Non da miei scritti sull’argomento, che compariranno in libreria solo tra qualche giorno (ho curato una raccolta di saggi noltiani intitolata Dramma dialettico o tragedia? per l’editore «Settimo sigillo»); non dagli articoli dei giornalisti che mi attribuiscono quell’intenzione e secondo i quali Schindler’s List è una lezione di storia indiscutibile, la parola «Olocausto» sacra e intoccabile. Presumo dunque che Lei abbia tratto questa Sua convinzione da un mio articolo pubblicato nel numero di Italia settimanale che conteneva anche le cosiddette e ormai famigerate «liste di proscrizione» (articolo che aveva per tema non lo sterminio, ma la vicenda di Oskar Schindler, così come è stata interpretata dal suo biografo Keneally e dal cineasta Spielberg) e precisamente dalle poche righe introduttive all’articolo, nelle quali esponevo le due concezioni generali dello sterminio e affermavo che la concezione detta «funzionalista» è inadeguata; ma quando sottolinea l’aspetto per cui Auschwitz fu anche e necessariamente «un gigantesco sistema di produzione», essa è «senz’altro più aderente alla verità storica» della concezione «intenzionalista», che tende a evidenziare in modo esclusivo, e quindi non scientifico, la volontà di sterminio dei nazionalsocialisti intesa come male assoluto.

Inoltre questa mia idea, espressa in termini sommari, poiché l’introduzione all’articolo fu tagliata per motivi di spazio, è tanto poco revisionista, che il principale fustigatore dei revisionisti Rassinier, Butz e Faurisson, lo storico ebreo-francese Pierre Vidal-Naquet, nel suo «libello» contro gli Assassini della memoria (Editori Riuniti 1993, ed. or. francese 1987) a p. 106 sg. scrive testualmente: «Majdanek e soprattutto Auschwitz, enormi i centri industriali, furono la prova vivente che lo sterminio poteva (io direi: “doveva”, a causa della concezione del mondo hitleriana) affiancarsi allo sfruttamento del lavoro forzato... Tra sfruttamento ed eliminazione vi fu tensione, mai rottura».

Ma, allora: unde malum?
Francesco Coppellotti, Torino

Risponde Sion Segre Amar:

Temer si dee di sole quelle cose
ch'anno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose

(Dante, Inferno, II, 88)

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5.
Appello privato o pubblico?
Lettera pubblica e privata ai Firmatari dell’Appello Mantelli


Ammetto di non comprendere le sottigliezze giuridiche di tal Brunello Mantelli torinese, mai prima di questa circostanza a me noto, il quale si fa promotore di una Raccolta pubblica di firme, il cui scopo ultimo è non già di non far parlare Robert Faurisson, ma per quel che mi riguarda e principalmente mi sta a cuore di impedire a me di poterlo ascoltare. Ciò mi appare un intollerabile attentato alla libertà mia e di ogni altro cittadino per il quale la costituzione non è carta straccia buona solo per le declamazioni retoriche. Mi sento al sicuro da ogni macchinazione volta a diffamarmi come “antisemita”: nulla può essere rintracciato contro di me al riguardo. Niente può essere trovato nella mia storia personale o familiare che possa farmi passare come un ausiliario dei campi di sterminio di ebrei e zingari e neppure alcunché di collegabile alla brutta faccenda. Viceversa mi sento io leso nel mio diritto di formarmi un’autonoma opinione in ordine ad eventi storici, accaduti prima della mia nascita ed in luoghi assai distanti dal luogo dove sono nato e dove nulla di simile è accaduto. È totalmente assurdo che altri possa decidere e pensare per me.

Nel contesto di una corrispondenza con quegli che pare l’ideatore di una così antigiuridica ed incostituzionale iniziativa, corrispondenza che esiste agli atti ma che appena merita di essere menzionata ed ancor meno di essere riportata, ritengo mio plausibile diritto di poter rivolgere una richiesta pubblica e privata ad ognuno del firmatari dell’Appello Mantelli, così formulata:
Egregi Signori, leggo il vostro nome in un Appello pubblico, il cui scopo evidente è che una determinata persona (Robert Faurisson) non possa avvalersi di diritti riconosciuti ad ognuno dalla nostra costituzione, intendo l’art. 21 sulla libertà di pensiero e di sua manifestazione con ogni mezzo di diffusione e l’art. 33 che dice essere la scienza e la ricerca in Italia libere.

Ho firmato anche io un Appello pubblico. Ma il mio Appello è volto a far riconoscere un diritto costituzionale disatteso. Il Vostro ad impedire l’esercizio di quello stesso diritto. Il mio Appello è conforme a costituzione. Il Vostro difforme. Il mio è conforme a diritto. Il vostro difforme. Evidentemente non viviamo sotto il regime di uno stesso patto costituzionale. In tempi di secessioni e guerre civili è forse bene interrogarci sulla comune volontà di una civile convivenza.

Mi chiedo se il vostro gesto di voler unire la vostra firma al manifesto Mantelli sia stato qualcosa di attentamente meditato o non piuttosto una superficiale adesione ad una richiesta degli ambienti ai quali siete organicamente collegati. Ad essere leso è il diritto ad ognuno concesso di poter ascoltare ed acquisire una conoscenza diretta dei fatti, criticamente valutabili da ognuno. Sono io prima ancora del francese Robert Faurisson, la cui incolumità è stata seriamente minacciata in Teramo, ad essere stato leso nei miei diritti costituzionali. Dico io ma parlo “uti universus” non “uti singulus”. Solo per un caso non mi sono trovato in Teramo e quindi anche io avrei potuto correre seri rischi per la mia incolumità, avendo avuto la sola colpa di voler ascoltare un discusso e controverso conferenziere, le cui ragioni non diventano vere per il solo fatto di essere proferite e di essere state ascoltate da qualcuno. Essendo maggiorenne e ahimé ormai orfano di entrambi i genitori, non sono tenuto a chiedere permessi a nessuno circa spettacoli (film, opere teatrali, ecc) o conferenze da vedere ed ascoltare. Quindi, vi sarei grato se voleste delucidarmi i vostri meccanismi mentali per i quali io dovrei dipendere dal vostro permesso. In mancanza di una vostra risposta – magari da voi ritenuta non dovuta in quanto io minore a voi in dignità di cittadino – dovrò considerare almeno spiritualmente sciolto il vincolo che ci unisce sotto una stessa costituzione. Vado però scoprendo, mentre cerco i vostri indirizzi in rete, che buona parte di voi siete ebrei. Ciò che un poco le carte in tavolo. Ognuno di voi ritiene forse sua principale patria lo Stato di Israele: basta che lo vogliate ed avrete ivi un diritto di cittadinanza. Io di patri e di identità ne possiedo una sola: voi state tentando di privarmi della mia patria e della mia identità: l’Italia.

È subito parso inutile ottenere simili chiarimenti da chi vi forse per primo vi ha allertato. richiedendovi la firma ad una improvvida iniziativa. Si è infatti rifiutato di rispondere per espressioni non da me usate per primo, ma già dal noto storico ebreo, non revisionista o negazionista, Sion Segre Amar. Tolto il Mantelli, mi rivolgo individualmente e collettivamente ad ognuno di voi per ottenere i desiderati chiarimenti. Ripeto poco mi importa di Faurisson, molto mi importa della mia libertà e dei miei diritti costituzionali.

Antonio Caracciolo

- Docente di filosofia del diritto nell’Università di Roma La Sapienza

PS - Questo mio testo è in costante elaborazione, anche in sintonia con la cronaca giornalistica di eventi ancora in fase di svolgimento.
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Richiesta inoltrata individualmente agli indirizzi elettronici reperiti di: Daniela Adorni (Università di Torino), Aldo Agosti (Università di Torino), Progetto Memoria, Luca Alessandrini, Luciano Allegra, ...








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sabato, 19 maggio 2007

Il concetto di giusto secondo Marco Taradash e la libertà di pensiero e di ricerca nelle univerità italiane

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A fare la rassegna stampa di radio radicale il sabato è Marco Tardash, con il quale ho un conto sempre aperto da quando, deputato da me votato firmò lo "scippo" Dalla Chiesa, cioè l’affossamento di un provvedimento il cui scopo era di poter fare partecipare i Ricercatori ai Consigli di Facoltà e di poter votare per l’elezione del Preside di Facoltà e del Rettore che in tal modo per legge avrebbero rappresentato tutti. Ogni volta che ne capita l’occasione ricordo ciò e rimprovero al Riformatore Liberale questi suoi antiliberali trascorsi. Nulla capiva allora Taradash di università e nulla ne capisce adesso, quando nel riferire sulle violenze ebree in Teramo contro Faurisson e Moffa dice che l’università ha proibito “giustamente” che Faurisson potesse parlare: che ne sai tu, o Marco, di quel che è giusto e ingiusto, vero o falso, e soprattutto con quale diritto credi di poterlo stabilire per gli altri? Ancora una volta dimostri di essere un liberale travestito. In realtà, le cose stanno diversamente: nessuno nelle università ritiene che la libertà di pensiero e di parola sia un valore desueto. Ammetterlo significa chiudere baracca e precludersi ogni possibilità di ricerca e di pensiero. In Teramo ha prevalso la paura e tutta l’università italiana è stata offesa e mortificata. La lobby ebraica ha dimostrato la sua potenza. La chiusura è stata dunque dettata da ragioni di ordine pubblico e da minacce di violenze e ritorsioni ebraiche. Avrei ospitato io stesso Faurisson nel mio corso di Lezioni se non avessero impedito ciò ragioni di mera opportunità, non la verità o falsità di ciò che Faurisson avrebbe potuto dire. Per stabilire che qualcosa è vero o falso, occorre prima ascoltare ed esaminare direttamente, non per sentito dire o per delega ed ordine altrui. Gli Ebrei risolvono il problema impedendo di parlare a quanti contestano la loro religio holocaustica, trovando in pseudoliberali come Taradash i loro alleati. Se però, come ritiene Taradash, Rettore e Preside di Teramo ritengono che sia stato “giusto” il loro divieto, allora è il caso di ricordare che per effetto dello “scippo Dalla Chiesa", di cui Taradash è stato firmatario, essi non rappresentano per legge l’università nella sua componente più autentica e vitale, cioè i Ricercatori, che da anni emigrano all’estero appena maturano condizioni anche di poco più dignitose di quelle offerte in Italia.
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lunedì, 14 maggio 2007

Necessità di esser contro ovvero per una nuova filosofia della reazione

Creato l’14.5.97
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Ho appena ascoltato e riascolterò in replica la rassegna stampa radiofonica di radio radicale. Per un’anima laica e liberale vi è di che restare impauriti e sconfortati dai commenti odierni ispirati alle due manifestazioni del 12 maggio, l’una a piazza San Giovanni gremita da masse sanfediste ancora più arretrate di quelle del cardinal Ruffo e da politici uno più servile dell’altro, in buona o in cattiva coscienza; l’altra a piazza Navona animata da uno sparuto gruppo di “spiriti liberi”, tra le cui fila non potevo mancare, per quel che mi riguarda e qualunque fosse il loro numero. Gli uomini che in parlamento fanno le leggi, cioè poco più di mille individui privilegiati, ci hanno fatto capire che firmeranno ogni richiesta che monsignor Bagnasco penserà di inoltrare per conto del suo capo Joseph Ratzinger, divinizzato con il nome di Benedetto XVI. I fiumi scorrono trattenuti dagli argini. Rotti gli argini della storia, a giudicare dai trionfalismi del post Family Day ci si dovrebbe aspettare un ritorno dei peggiori spettri del passato: roghi ed inquisizione, demonizzazione delle eresie, fine del libero pensiero, “elogio dell’inquisizione”, cattolicesimo come pensiero unico ammesso ed il papa come suo unico e legittimo interprete. Per non parlare di quanti devono aver di che temere se appena vivono fuori dalle regole e condotte di vita fissate dai Bagnasco ed oggi propagandate da una nuova setta di “atei devoti”: il clero rosso, rimasto orfano del comunismo sovietico, si è messo a servizio del clero vaticano. Friedrich Nietzsche moriva nel 1900, ma lasciava acquisizioni di pensiero che sembravano irreversibili. E lo sono ancora, per la verità. Ma non per tutti. Ne resteranno fatalmente esclusi i trinitari del Giuseppe, Maria ed il Bambinello.

A far paura non è il numero dei sanfedisti di San Giovanni. La paura è salutare perché avverte del pericolo e consente di preparare la difesa. Considerati i mezzi di cui dispongono le 26.000 parrocchie e la lunga e meticolosa preparazione, vi è da stupirsi che non fossero di più. Certamente non erano 59 milioni. A far paura è la prova provata di una sudditanza del ceto politico italiano alla gerarchia ecclesiastica.
Vi è da temere per il contenuto normativo delle leggi posto nella loro completa discrezionalità. Del resto, la Chiesa nel corso della sua storia ha sempre avuto il massimo disprezzo per le masse che mobilita. Ad interessarla sono i loro capi civili, politici e militari che possono loro imporre gravami e comminare pene. È questa la vera storia delle conversioni e della diffusione del cattolicesimo: da Costantino, a Carlo Magno ed a Carlo V. Trono ed Altare sono sempre stati alleati nel mantenere le pie masse sotto il servaggio materiale e mentale. L’uso idiota di termini come “laico” e “laicista” è la dimostrazione di una manipolazione del linguaggio di cui si rendono egualmente complici governanti di maggioranza e di opposizione. L’illuminismo e la sua capacità demistificante sembra qui impotente.

A fronte di una minaccia ormai evidente alla libertà di tutti occorre dissotterare l’ascia di guerra. Intendo dire che non è più lecita sul piano filosofico quell’astensione dal dibattito e dalla contrapposizione sul piano della metafisica e dell’eticità per amore del quieto vivere, confidando sul fatto che le intelligenze sviluppate possano e sappiano andare al di là del trinitarismo del Giuseppe Maria ed il Bambinello: a ognuno il suo! Così sembrava fosse giusto.
Ma ora con il restringimento degli spazi di libertà che i nostri politici offriranno all’Inquisitore Ratzinger in cambio di trenta danari anche gli Accademici dei Lincei e le Margherite nobilitate si dovranno genuflettere al nuovo trinitarismo. Gli Irving ospiti delle carceri austriache saranno il futuro di quanti, pochi o molti che siano, manifesteremo l’insano proposito di voler pensare con la loro testa o fuori dai binari consentiti. Si è parlato del crollo del marxismo confondendo il comunismo sovietico e staliniano con la critica alla teologia della religione trascendente: nulla di più lontano dal vero. Hegel, Fuerbach, Marx, Nietzsche e tanti altri hanno segnato pietre miliari che possono essere ignorare, che come dice il pericoloso terrorista Rivera, solo da chi non si vuol evolvere. Per viltà o loro modestia i dotti hanno valutato che le verità più alte possono essere conquistate solo con il lento e faticoso lavoro del concetto e che per questo sono fatalmente precluse alle masse sanfediste, indottrinate e tenute a bada con l’immagine di Gesù, Giuseppe e Maria. Esisteva ancor prima del cristianesimo una religione ben più profonda di quella offerta dal dio barbuto. Era però rigorosamente proibito renderla pubblica e fare proseliti. Fu così che i suoi templi furono demoliti dal cattolicesimo divenuto religione di stato e teocrazia. Quella storia continua fino ai nostri giorni. Ed ora non si tratta più di divulgare le proprie verità agli “ignoranti”, di non voler gettare le proprie perle ai porci, ma di difendere il diritto ad una propria verità conquistata con molta fatica e travaglia, una verità non meno saldamente radicata del trinitarismo del Bambinello, in pratica si tratta di difendere le basi più profonde della propria esistenza e della propria identità. Qualcosa per la quale si può e all’occorrenza si deve morire: molti sono già morti per consegnare a noi una libertà a loro negata!
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sabato, 12 maggio 2007

Family Day: un giorno da non dimenticare

Creato l’12.5.97
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Tutto lascia pensare che questa giornata resterà nella memoria collettiva degli italiani. A chi ha appena un poco di memoria e di discernimento oltre che la necessaria onestà intellettuale non possono sfuggire i termini essenziali dello scontro in atto. Dico “scontro” perché non vi è dubbio che di questo si tratti benché non pochi bacchettoni che si barcameno di qua e di là abbiano paura a riconoscerlo. Il termine “paura” è stato usato dal Savino Pezzotta, che dismessi i panni del sindacalista al quale ci aveva abituati, ha ormai indossato la divisa di un luogo tenente del cardinale Ruffo, oggi redivido in monsignor Bagnasco, appena succeduto a Camillo Ruini, il cui nome evoca le “rovine” alle quali dovremo presto abituarci. Pezzotta intendeva riferirsi all’invito di Giovanni Paolo II a non aver paura nel sostenere le sante causa della santa chiesa. Non essendo relativisti né Pezzotta né il papa polacco e tanto meno adesso il papa tedesco sono sfiorati dal dubbio che l’invito possa essere da altri accolto e letto in senso diametralmente opposto. Come “laico liberale”, terminologia fastidiosa che mi trovo costretto ad usare in mancanza di meglio, mi ero posto fino adesso in un atteggiamento di civile rispetto verso chi faceva professione di cattolicesimo. Ciò non è servito a nulla, ma è stato interpretato come una debolezza. Di fronte non già a delle minaccie, ma a veri e propri attentati al sistema delle libertà civili di questi ultimi trent’anni, ognuno deve adesso assumersi le proprie responsabilità e decidere da quale parte del fronte stare. I giornali cartacei ed online oltre che le televisioni danno ampio risalto alle due manifestazioni che si svolgeranno in Roma questo pomeriggio. Anche io sarò ad una delle due: quella che con minori risorse finanziare è stata indetta nelle ultime settimane a piazza Navona. In questo post, a mo’ di archivio storico, raccoglierò tutte le notizie che mi sembreranno meritevoli di venir ricordate. Ognuna di esse avrà il valore aggiunto di un mio commento. Appositi links interni agevoleranno la loro consultazione. Chi vorrà lasciare commenti significativi non troverà il mio contraddittorio. Mi riservo piena libertà sulla titolazione degli articoli, che sarà già l’inizio del mio commento. Il titolo originale lo si otterrà clicclando sul link.

Sommario: 1. Manifestazioni contrapposte. –

1.
Manifestazioni contrapposte

Le tendenze della stampa sono state finora orientate a dare notizia della sola manifestazione di san Giovanni in Laterano, omettendo di dare notizia dell’altra. È un modo di fare pubblicità a favore dell’una, cercando di sabotare l’altra. Sull’indipindenza e l’oggettività del sistema dell’informazione nessuno si fa soverchie illusioni. Tuttavia, anche con la migliore delle intenzioni, è difficile ignorare del tutto l’esistenza di un’altra manifestazione in piazza Navona, sia che la si voglia chiamare contro-manifestazione sia che la si voglia considerare del tutto legittima e necessaria per un’estrema difesa di libertà che vengono svendute sotto banco dai tanti parlamentari dai tanti parlamentari di ogni partito che sono accorsi proprio sotto il palco del Family Day. Proprio di questo si tratta: di una svendita dei diritti dei cittadini conquistati quel lontano 12 maggio 1974, quando il 70 per cento degli italiani disse no al potere clericale, confermando l’istituzione del divorzio nella legislazione italiana. Giova ricordare che l’istituto del referendum abrogativo, previsto nella costituzione e mai attuato fino a quel momento, fu approvato con legge di attuazione proprio in previsione che il fedele popolo cattolico d’Italia avrebbe abolito il divorzio introdotto dal parlamento. Il popolo italiano si dimostrò allora più avanzato e progressista dei suoi parlamentari. Il papa intanto annuncia dal Brasile le sue prossime mosse, che potranno essere tanto più efficaci tenendo sotto silenzio il popolo italiano del 12 maggio 1974 e lavorando sott’acqua. La scaramuccia iniziale verte già sulle patenti di legittimazione verso l’uno o l’altra delle due manifestazioni. I politci che vogliono raccogliere voti dall’una e dall’altra parte si barcamenano in modo quanto mai penoso. La democrazia ne trarrà certamente beneficio se l’evento toglierà credibilità ad un ceto politico ormai non più all’altezza dei tempi.

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Forza Italia “ufficialmente” in piazza san Giovanni?

Creato l’11.5.97
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Il ministro della propaganda di FI, on. Antonio Palmieri, fa sapere con il suo comunicato nr. 16/2007 che:
Forza Italia sarà ufficialmente in Piazza San Giovanni, alla manifestazione per la famiglia, rappresentata dal nostro coordinatore Sandro Bondi e da moltissimi parlamentari nazionali ed europei, sindaci, consiglieri comunali, provinciali, regionali e da moltissimi militanti e simpatizzanti. Dopo che ieri sera alla Camera l'Unione ha votato compatta contro la nostra proposta di discutere con urgenza nelle prossime settimane la proposta di legge Palmieri-Bondi-Vito per le famiglie numerose, la nostra presenza intende ribadire l'impegno di fare leggi che promuovano le famiglie, in continuità con quanto fatto dal governo Berlusconi
ma si è potuto apprendere che il vicecoordinatore e presidente Biondi ha deciso “ufficialmente” di non esserci e volutamente non hanno esteso il loro documento ad altri parlamentari ed iscritti a FI. Quanto poi all’«ufficialmente», a voler essere rigorosi, occorrerebbe partire dall’attuazione dell’art. 49 cost, mai avutasi. Tutti i partiti sono allo stato una combricola di arrivisti ed affaristi, capaci di strumentalizzare, pur di far voti, anche la luce del sole o la scoperta dell’acqua calda. Agli on. Palmieri-Bondi-Vito suggerisco io un bella proposta di legge, che piacerà certamente anche all’Unione, per le famiglie numerose: non qualche scatola di latte in polvere in più, ma un milione di euro per ogni nato da padre e madre, oppure in alternativa almeno un trasferimento delle attuali risorse destinate alla chiesa cattolica ad ognuna delle famiglie presenti nella piazza di san Giovanni, che sono “sante” e “benedette” e meritano perciò più delle altre che non vanno in chiesa la domenica. Alla chiesa cattolica non dispiacerà rinunciare a quello che possiede per nutrire le sue pecorelle fedeli. Loro che son onorevoli lo posson fare! A far demagogia son tutti bravi. Ed io resto del parere che ad insistere sulla famiglia – lo facciano! – si scoprirà presto che le famiglie degli onn. Palmieri, Bondi, Vito (per non parlare di quella del presidente Berlusconi) in quanto a possibilità finanziarie non sono e non saranno mai esattamente la stessa cosa della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, che guarda caso fanno sempre meno figli, non avendo i mezzi dei citati onorevoli e non ritenendo risolutiva qualche scatola in più di latte in polvere o interventi fiscali su stipendi da mille euro mensili. Forse pensano che l’affare non conviene: è un lusso che solo i citati onorevoli si possono permettere. Potrebbe fare ciascuno cento, mille, diecimila figli a testa ed avrebbero così risolto il problema del calo di natalità del popolo italiano: potrebbero chiamarsi meritatamente padri della patria.

Quello che per adesso è assolutamente certo è che per negare diritti agli uni che ne hanno bisogno e li chiedono si è escogitato il Family Day, cioè la scoperta dell’acqua calda. Ed il tutto in servile obbedienza ad una burocrazia di celibi che se fanno figli commettono peccato. Si è voluto contrapporre una minoranza bisognosa di diritti ad una maggioranza che nessuno minacciava e che già dispone di tutte le più benevole, anche se un po’ pelose attenzioni di chierici e laici, di pii e timorati parlamentari ben distribuiti in tutto l’arco parlamentare. Si è voluto far credere che una minoranza attentasse ai diritti di una maggioranza per negare diritti agli uni senza darne di maggiori agli altri: due piccioni con una fava!
Ma in realtà ad essere stata maggiormente ingannata è stata la maggioranza che fra cinque, dieci, venti anni potrà ritrovarsi nelle identiche condizioni di quelle minoranze, alle quali oggi vengono negati diritti che domani possono essere nella facoltà di tutti. Il divorzio o l’aborto non è un augurio che si possa fare agli altri o a se stessi, ma se le disgrazie della vita riducono qualcuno in quello stato il non potervi fare ricorso sarebbe una moltiplicazione inverosimile di una male che può incombere ad ognuno. Su questo si era pronunciato il 70 per cento degli italiani, guarda caso, proprio il 12 maggio del 1974. Sono sicuro che la prossima proposta di legge di qualche nutrito gruppi di cattolici osservanti sarà volta, per il bene della famiglia e la difesa della razza, all’abolizione del divorzo e dell’aborto. Quanto dovremo aspettare? A quando il prossimo intervento pubblico della chiesa cattolica nella sfera politica? A quando la prossima illuminazione delle coscienze?

In realtà, nessun partito ha voluto ufficializzare la sua presenza, nella finzione che la riunione abbia carattere ecumenico e non sia una forma di integralismo con cui il Vaticano tenta di riportare le lancette della storia all’epoca del potere temporale dello Stato pontificio. Per questo disegno egemonico può contare sulle tante palme che crescono in Montecitorio. Pare di poter concludere che il ministro della propaganda abbia voluto forzare il suo ruolo. Vuol dire che ci va l’on. Palmieri?
Ci resti pure sulla piazza, a fare il palo. Per quanto mi riguarda l’on. Palmieri rappresenta se stesso, non me che in quella piazza ero stato il due dicembre. Invece io sarò domani a piazza Navona. Il partito sta dove ognuno è. Se vi sarà possibilità di contrapporsi all’interno del partito in ordine alle ragioni per cui uno sta a san Giovanni, altri a piazza Navona, scontro e dibattito vi sarà. Certamente, non è nelle facoltà dell’on. Palmieri di portarmi a forza in San Giovanni o di potermi fare un baffo per aver io (e tanti altri) deciso di non esserci in quella piazza, ma di averne preferita un’altra, senza per questo ritenere di uscire dal partito. Mi auguro che ne esca l’on. Palmieri.
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venerdì, 11 maggio 2007

Commento alla Lettera aperta di Quagliarello a Cicchitto e Biondi

Creato l’11.5.97
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Ho appena inviato all’Occidentale il commento ad un articolo con il quale Quagliarello manda una “Lettera aperta” a Cicchitto e Biondi per la loro decisione di non partecipare al Family Day. A mio avviso, Biondi e Cicchitto devono invece venire domani a Piazza Navona. Dubito che il mio Commento venga pubblicato dai Moderatori liberali di Magna Carta. Ne salvo il testo in questo mio blog dal titolo programmatico “Fare politica in Forza Italia”, che ho dovuto creare per non aver mai trovato possibilità di esprimermi negli spazi liberali di Forza Italia:

La nuova epoca delle guerre di religione

Mi riservo un più ampio ed articolato commento nel blog "Fare politica in Forza Italia". Qui esprimo alcune rapide notazioni. Con Biondi e Chicchitto mi rammarico che la loro presa di distanze dal Family Day non sia stata più netta e coraggiosa. È grottescamente aberrante l’argomento che la manifestazione di piazza Navona costituisca una contromanifestazione di disturbo: è vero esattamente il contrario. Scegliendo la data del 12 maggio, Pezzotta e Roccella non potevano non sapere che era l’anniversario del referendum sul divorzio e della morte di Giorgiana Masi. La provocazione è stata fatta da chi ha pensato che in questo paese fosse ormai estinto lo spirito laico e che tutto si potesse osare. Hanno fatto male Cicchitto e Biondi a non organizzare un contromanifesto a quello redatto da Quagliarello: come militante di FI lo avrei senz’altro firmato. Sbagliano Cicchitto e Biondi a non venire a piazza Navona, dove io sarò anche e forse soprattutto contro i tanti Quagliarello in parlamento. A Piazza Navona dovrebbe stare ogni autentico liberale senza aggettivi. A far data dalla campagna per l’astensionismo referendario è ormai in atto una nuova guerra di religione: non bisogna aver paura di riconoscerla come tale e di combatterla, schierandosi dalla parte che si ritiene la propria. Trovo irritante rivendicare per la chiesa un vero e proprio diritto di intervento nella sfera politica e pretendere che i soggetti che ne sono minacciati non debbano reagire, non si debbano difendere, debbano sottostare ad un assurdo timore reverenziale verso chi con le sue prese di posizione è stato molto più violento ed offensivo di chi si è limitato ad imbrattare qualche muro, non potendo altrimenti esprimersi. A Bagnasco non esprimo perciò nessuna solidarietà, perché a mio avviso non la merita. Fino ad oggi, per amore di quiete, ho evitato di esternare l’abisso concettuale che mi separa dal cristianesimo e dal cattolicesimo in particolare: libri scherzosi e divertenti come quelli di Odifreddi sono la spia di un’insofferenza ben più profonda nel seno della società italiana. Mi auguro che Forza Italia sia e si dimostri quel partito liberale che dice e pretende di essere. E per questo ben vengano altri cento Family Day che facciano cadere i veli dell’ambiguità e del nicodemismo.

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giovedì, 10 maggio 2007

Non solo Bondi, ma anche Biondi in Forza Italia

creato il 10.5.07
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Per fortuna, non tutti i dirigenti di Forza Italia vanno al Family Day. Se ne dissociano Biondi, liberale da sempre, ed il vicecoordinatore Cicchitto, che proviene dai socialisti, a differenza del coordinatore nazionale Bondi, che è di formazione comunista. Leggo in un articolo on line, che offre una panoramica delle variegate posizioni alla vigilia delle due manifestazioni del prossimo sabato: La famiglia divide i politici. Di Rutelli poco mi importa sia che parli sia che faccia qualcosa: può anche andare al diavolo! Di lui ricordo quando si era messo perfino a citare Hobbes senza sapere che il pensatore inglese, fiero antipapista, può essere citato da lui solo e sempre a sproposito. Glielo avevo anche scritto, ma un uomo come lui può solo parlare dai salotti televisivi a tutti ed a nessuno. Per me decisamente interessante e confortante questa notizia che si trova in fondo all’articolo:
E mentre il forzista Enrico La Loggia annuncia che sara' in piazza, i colleghi Cicchitto e Biondi spiegano il loro no: "Trattandosi di una manifestazione esplicitamente e legittimamente convocata dall'associazionismo cattolico, i sottoscritti, che sono laici senza aggettivi, fanno ad essa i migliori auguri di successo, ma non saranno presenti per rispetto dell'identita' altrui, ma anche della propria".
Mentre mai a me è “fregato nulla” di ciò che possa dire un Roberto Calderoli, la cui presenza sulla piazza politica è per me un’attestazione del degrado del dibattito politico in Italia.
Bella ed indovinata è stata una battuta satirica in tv: il cervello di Calderoli vale di più di quello di un Einstein o un Beethoven perché non è stato mai usato. Quanto a Pezzotta adesso “profeta” non riesco più ad averne rispetto dopo che dismessi i panni sindacali indossa adesso quelli sanfedisti, pretendendo di infinocchiare quanti vedono nelle armate allestite dalle parrocchie ed a spese del contribuente un vero e proprio fenomeno di assalto clericale allo Stato italiano, rappresentato da politici che puntano ai voti delle parrocchie stesse. Quanto a Fini vorrei commentare che siamo ormai giunti ad una fase in cui diventa politicamente squalificante definirsi cattolico. Dopo la scomunica messicana, i cattolici possono solo stare in chiesa. Sulla piazza politica suscitano del tutto legittimamente la categoria dell’anti allo stesso titolo legittimamente e preclusivo dell’antifascista, dell’antinazista, dell’anticomunista. In quest’ultimi casi l’essere anti è una prescrizione costituzionale.

Altri recenti articoli online titolano: È guerra aperta fra laici e cattolici, riferendo dello scontro fra laici e cattolici nel neonato Partito democratico. Sbaglia Maurizio Gasparri a ritenere che un eguale scontro non ci sia all’interno della “Casa delle Libertà”. In una sola cosa mi sento d’accordo con Pezzotta che cita proprio il papa:
Siamo in campo, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II e con le sue parole: “Non avere paura”.
Appunto! Non si deve aver paura nel dire “no” a Pezzotta e Co. Mi sento ora politicamente legittimato alla critica anticattolica ed anticristiana. Se questi avessero scelto per se la dimensione privata dei loro valori religiosi, nessuno potrebbe loro nulla obiettare, ma avrebbe dovuto sentirsi politicamente e moralmente obbligato a tutelare e garantire i loro valori religiosi.
Ma quando sputano in faccia al loro prossimo i loro opinabilissimi valori, pretendendo di trasformarli in leggi dello stato o perfino in loro nome di bloccare la normale produzione legislativa, allora è virtualmente aperta una nuova guerra di religione, dove appunto non bisogna aver paura ed occorre combattere per la difesa della propria libertà e della libertà di cattolici, buddisti, confuciani, atei, ecc. in quanto cittadini di uno stesso stato dove deve regnare la pace. Per ritornare ad Hobbes, incautamente citato da Rutelli nel corso della battaglia referendaria, vale la pena di ricordare la sua prima legge di natura: deve essere cercata con ogn mezzo la pace, ma se questa non è proprio possibile occorre fare la guerra. Non si può ottenere la pace con l’acquiescenza all’arroganza ed invadenza clericale. Quanto poi alla famiglia, realtà quanto mai variegata ed irta della stessa conflittualità che gli ex-marxisti della lotta di classe dovrebbe ben conoscere, sono del tutto certo che è argomento ambiguo e pretestuoso più di ogni altro. Vadano pure avanti per questa strada: hanno acceso la miccia di una bomba che esploderà nelle loro mani.
postato da: cardisem alle ore 10:50 | link | commenti
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mercoledì, 09 maggio 2007

Divergenze con Benedetto Della Vedova ed i Riformatori Liberali

creato il 7.5.07
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Non trovo online traccia della notizia appresa da Radio Radicale secondo cui Benedetto Della Vedova, leader dei Riformatori Liberali in FI, in dissenso con Marco Pannella non parteciperà né alla manifestazione a piazza San Giovanni né a piazza Navona il prossimo 12 maggio. Avevo ascoltato Benedetto Della Vedova in occasione di un recente incontro sulle liberalizzazioni, organizzato da Marco Paoloemilio. Dalle fila del pubblico aveva posto ai relatori (Della Vedova, Morando, Capezzone) una domanda provocatoria: di quanto si potrebbero da subito abbassare le tasse agli italiani se si abolisse l’otto per mille alla Chiesa e tutti gli altri privilegi connessi. Non tra i relatori ma come moderatore onorario era presente anche il consigliere regionale Stefano De Lillo, che mi infastidì con un’interruzione. La mia domanda suscitò un certo scalpore. A Morando che se ne meravigliava dissi che non vivendo di politica potevo permettermi di dire quello che pensavo. Il solo che rispose alla mia domanda, anche per l’ora tarda, fu Benedetto Della Vedova, il quale già anticipava la posizione odierna. La sua preoccupazione era di non cadere in forme di anticlericalismo. Pertanto rispondeva alla mia domanda in un contesto più ampio: non vi era solo la chiesa cattolica a fruire di contributi pubblici, ma i sindacati ed una miriade di altre associazioni. Io veramente intendevo che si incominciasse proprio dalla chiesa cattolica, o che almeno si estendesse l’otto per mille a tutte le altre associazioni più o meno meritevoli di contribuzione. Ad esempio, togliendo ogni altro finanziamento pubblico ai partiti, si potrebbero mettere i partiti politici in sana competizione con la chiesa cattolica nella raccolta dell’otto per mille e si potrebbe così abolire l’ultroneo 5 per mille attuale ovvero li si unificare portanto l’otto al 10 e lasciando il 3 per mille per il finanziamento di una Authority di controllo sull’uso legittimo del 10 per mille. Una riforma a costo zero facile facile.

Poiché l’età che avanza mi induce al sospetto, sono portato a pensare che Della Vedova non voglia mettersi in urto con una parte consistente di Forza Italia che ha firmato il Manifesto Quagliarello. Proprio questo Manifesto dovrebbe spingere Benedetto Della Vedova a dare un segnale forte che esiste una Forza Italia diversa da quello di Quagliarello o di quel De Lillo che stava seduto con lui alle Fornaci. Con il suo nicodemismo Della Vedova indebolisce la caratterizzazione liberale di Forza Italia, ormai sbilanciata verso un clericalismo sempre più spinto. Mi stupisce che ciò non sia compreso da una persona intelligente come Della Vedova. Già avevo delle riserve mentali per i Riformatori Liberali a causa della presenza nelle loro fila di Marco Taradash che non è intelligente, colto e preparato come Della Vedova. Con Taradash mi è rimasto in sospeso un conto in conseguenza di una sua firma allo “scippo” messo in atto dall’on. Della Chiesa. Si trattava allora di un provvedimento di legge in materia di università che stava per passare in commissione legislativa. In virtù di questa norma i ricercatori universitari avrebbero fatto parte di diritto dei Consigli di Facoltà e sempre di diritto, cioè per legge, e non solo per norma statutaria, come è attualmente nella maggioranza dei casi, avrebbero potuto votare per l’elezione del Rettore. Si trattava di pura democrazia a duecento anni dalla Rivoluzione francese. La norma incideva sul sistema del potere baronale nelle università, in particolare all’interno di alcune potentissime facoltà di Giurisprudenza che possono mobilitare non pochi parlamentare, un vero e proprio caso di conflitto di interesse mai venuto alla luce. La potente lobby accademica dei professori ordinari riuscì attraverso Della Chiesa, il figlio del generale ammazzato, a sottrarre alla commissione il testo, avocandolo all’Aula perché ne discutesse, ma l’intento consapevole era che mai ne avrebbe discusso. Era una chiarissima manovra per affossare il provvedimento, che non distribuiva danari o privilegi, ma fissava regole elementari di democrazia e partecipazione nell’autogoverno delle università.

Oggi tutti sanno quanto facilmente i ricercatori italiani, più o meno precari, accolgono volentieri offerte vantaggiose provenienti dall’estero. Non si tratta solo di soldi, ma anche e soprattutto di condizioni e dignità lavorativa. Io attribuisco grande importanza a quel fallito tentativo di democratizzazione della vita delle università. Dopo è andato tutto precipitando in peggio. Marco Taradash fu tra i firmatari di quello vero e proprio “scippo”, di cui non si ricorda nessun precedente nella storia parlamentare.
Essendo stato da me votato, io chiesi ripetutamente a Taradash che mi spiegasse le ragioni del suo insano gesto. Dopo ripetuti tentativi ai quali sempre sfuggiva, finalmente lo strinsi proprio alla sede radicale di Torre Argentina. L’unica risposta che seppe darmi fu: «perché ero d’accordo con Della Chiesa». Già! Ma, disgraziato, io avevo votato te, non lui! Dubito che Marco Taradash capisca qualcosa di questioni universitarie. Se non ricordo male, non è neppure laureato. La sua mancanza di una specifica preparazione è facile da riconoscere: arraspa di qua e là. Quindi: Della Vedova + Taradash = Riformatori Liberali. Anche per la posizione odierna di Della Vedova in materia di diritti civili e laicità dello Stato mi decido a non propendere verso pseudo “Riformatori Liberali”. Comunico ciò immediatamente a Benedetto Della Vedova: con rammarico!

La presenza clericale uscì allo scoperto proprio alle Fornaci con una colleganza allo stesso tavolo della quale Della Vedova non era forse consapevole o informato. Punto nel vivo, alla mia domanda l’ultraclericale Stefano De Lillo tentò di frapporsi fra me e Della Vedova, dicendo che l’otto per mille era “un lascito volontario” e troppo confidando sulla sua autorevolezza. Di mestiere, ch’io sappia, De Lillo fa il ginecologo, non l’economista, ed il ginecologo non nel senso socratico del termine, ma proprio nel senso di chi va a guardare fra le gambe delle donne. Questa la sua competenza professionale. Per il suo consenso elettorale molto deve agli ambienti clericali della capitale. Io lo votai solo perché in pratica le candidature sono disposte dall’alto ed il militante di partito non può scegliere nulla: bisogna sorbirsi la minestra che il convento passa. È anche da dire che il normale rapporto che in tutti i partiti esiste fra eletto ed elettore è di natura clientelare. Sei arrivato dove sei ora con l’aiuto del voto mio e con quelli che io ti ho procurato presso parenti ed amici, pertanto vedi un po’ come puoi favorirmi. Questo è il normale rapporto eletto-elettore. Le 26 mila parrocchie d’Italia non si comportano in modo diverso. Anzi le loro richieste sono anche più sfacciate perché fatte in nome della religione. Per quello che mi riguarda, se appena posso avere una “comunicazione” con il candidato da me eletto, io intendo e pretendo di poter parlare con lui di politica e confrontarmi con il deputato, per verificare quanto di politica egli ne sappia veramente. Con De Lillo Stefano, da non confondere con il più giovane e ambizioso fratello, il mio dissenso assunse i colori dell’ira funesta in occasione del raduno da lui organizzato per l’astensione dal referendum sulla fecondazione assistita.
Se almeno egli mi desse in cambio del mio voto con lui sprecato la registrazione di quell’evento, ne avrei di che chiosare tutti gli interventi ed i personaggi di quella manifestazione, tra i quali brillò come una stella del firmanento l’europarlamentare Antonio Tajani! L’evento rimase per me mitico e vi ritorno ogni volta che posso. Addirittura ricordo di un on. Tizio di cui non faccio il nome per timore di sbagliare, il quale esordì con piglio mussoliniano: »siamo o non siamo cattolici?!« Mi dispiace che Della Vedova scelga di stare in questa compagnia. Chiusa la divagazione, ebbi modo alle Fornaci di zittire pubblicamente Stefano De Lillo in quanto non a lui, incompetente sulla materia, avevo posto la domanda, ma agli economisti relatori (Morando, Della Vedova, Capezzone). Mi dichiarai però con lui disponibile (“invito a nozze”) ad ogni pubblico confronto, dove un suo elettore pentito e deluso possa contestarlo o con lui confrontarsi in materia riguardante la politica e lo Stato, ma soprattutto in materia di libertà civili, di autentica religiosità, di separazione fra Stato e Chiesa secondo la formula “date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio”.

APPENDICE

Allego qui il testo della lettera che ho spedito in privato all’on. Della Vedova. Non vi è nessun motivo per non renderla pubblica. I politici sono sensibili alla pubblicità. Non hanno tempo per i singoli. Per essere eletto alle massime cariche elettive (regione, parlamento, europee) occorrono grandi numeri. Non si può perdere tempo con un singolo elettore. È quello che mi rispose De Lillo, quando mi adirai con lui: se non ti sta bene come faccio, non mi votare! Essendo implicito che lui i voti li pescava dalle parti del Vaticano, abitando lì vicino. Il mio voto dato a lui era proprio più sprecato che mai ed io ero stato un autentico “fesso”. Poteva ben ridere di me. Tanto più che né io altri come me può decidere alcunché nella formazione e presentazione delle liste. Con i politici dunque bisogna sempre agire nella massima pubblicità possibile. Solo così può accadere che il deputato dagli alti numeri si accorga del Singolo.
Caro Della Vedova,

Sono quel Tizio che alle Fornaci le pose una domanda sull’otto per mille. Ho appena scritto sul mio blog: FARE POLITICA IL FORZA ITALIA, url: http://clubtiberino.blogspot.com/ il post allegato.

Ai suoi indirizzi a me noti riceverà anche un più ampio post, sul Manifesto Quagliarello, firmato da non pochi parlamentari di Forza Italia. Ad uno ad uno invierò lo stesso testo a tutti i 1000 parlamentari di Camera e Senato. Non mi illudo che serva a qualcosa. Sono perfino sicuro che non verrà letto, ma ciò non mi trattiene da quel poco che mi è possibile fare.

Di questo poco fa parte il mio essere presente a Piazza Navona il prossimo 12 maggio. Mi dispiace che Lei non ci sia. Significa che abbiamo diverse sensibilità sulla politica e sul liberalismo.

Pur avendo fatto una dozzina di esami di economia, non mi ritengo un economista. Durante i miei anni universitari ho seguito una serie di lezioni di Antonio Martino, allora assistente dell’Ambasciatore Giretti alla cattedra di economia internazionale a Roma. Martino spiegava con rigore geometrico l’equilibrio del libero scambio, la localizzazione ottimale delle risorse e della produzione di beni, ecc. La mia obiezione mentale era allora che siamo d’accordo sugli equilibri nel medio periodo. Il problema a me appariva però il seguente: un uomo (Pinco Pallino o Mario Rossi) messo sott’acqua non può resistere più di cinque minuti. Muore. Quindi la dottrina dell’equilibrio economico ottimale va bene se rimane sulla lavagna, ma non va bene per Pinco Pallino che dice: io sono morto nel frattempo, cioè nel passaggio da un equilibrio all’altro. Non voglio banalizzare, ma mi pare che anche Lei Benedetto sia su questa strada. Certo, gli ammortizzatori sociali. Lo sappiamo. Il problema è che non funzionano quanto e come dovrebbero.

Ritornando alle Fornaci, le pongo la seguente considerazione: ma quanto tempo della discussione è stato dedicato a cinque miserabili euro sulle ricariche. Non le pare che la riduzione fiscale sarebbe stata più consistente se si fossero toccati i privilegi della Chiesa cattolica? Lei ha detto: non è solo la chiesa cattolica. Io Benedetto Della Vedova non sono un anticlericale. Io Antonio Caracciolo le dico invece: incominciamo da lì e poi tutto il resto sarà più facile.

Antonio Caracciolo

- Ricercatore universitario di Filosofia del diritto nel Dipartimento di Teoria dello stato dell’Università di Roma La Sapienza
- Coordinatore provinciale dei clubs di FI in Reggio Calabria
Rispetto all’originale effettivamente inviato, il testo qui pubblicato ha un minimo di correzioni formali. Doveva essere un’attività di pochi minuti. Invece se ne andato via un bel po’ di tempo di questa mattinata, dove mi restano ancora parecchie cose da fare. La lettera inviata a Della Vedova conteneva parecchi errori tali da comprometterne l’intellegibilità.
postato da: cardisem alle ore 11:53 | link | commenti (2)
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